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INTRODUZIONE di Daniele Brolli
Il fantasy è caratterizzato da molteplici sfumature narrative che vanno dal fiabesco al mito. Comprende il gusto per l’insolito e gli scenari del fantastico più esotici e visionari.
Alle origini della sua definizione, nel contesto della produzione narrativa angloamericana, era un genere che comprendeva qualsiasi storia si allontanasse dai criteri della letteratura mimetica o realistica. Era molto vicino al fantastico: era un territorio dell’immaginario in cui il lettore non riusciva a trovare spiegazioni razionali per gli eventi narrati. Ma questo accavallarsi di segmenti testuali di ogni tipo in un metagenere magmatico è stato sbrogliato nel secolo scorso dall’affermarsi dei parametri delle produzioni popolari.
Si è staccata la fantascienza rivendicando il controllo narrativo sulla tecnologia e le scoperte della scienza, si è separato l’insolito andando a ricoprire un ruolo limitrofo al mystery, e la parte più quotidiana dell’inspiegabile soprannaturale ha trovato posto nell’horror.
Quanto è rimasto nel fantasy dopo questo processo di specializzazione ha rinnovato le potenzialità di coinvolgimento emotivo della mitologia e della favola aggiornandola all’immaginario contemporaneo. È divenuto un genere che rielabora miti antichi, spesso derivati dalle saghe nordiche, per farli aderire a una nuova sensibilità.
Parlarne significa affrontare un repertorio vastissimo, che dalla narrazione arriva al cinema, alla musica, per dominare il mercato dei giochi sotto ogni loro forma. I grandi filoni sono quelli della Sword & Sorcery e dell’Heroic Fantasy. La definizione del primo, ovvero Spada e Stregoneria, si deve a Fritz Leiber, che la coniò nel 1960, ma definisce un tipo di narrativa che esisteva già da tempo. Si trattava di un genere che prendeva a piene mani dal picaresco e inseriva spesso eroi atletici, scanzonati e abili nell’uso della spada, all’interno di scenari che sembravano derivare dai sogni di un pittore orientalista. Le avventure avevano luogo spesso in pianeti sperduti o su mondi alternativi, dove i poteri magici sostituivano quelli della tecnologia, in un’equivalenza di risultato tipica dell’immaginario dell’inizio del secolo scorso.
Edgar Rice Burroughs, il creatore di Tarzan, è l’autore che, a partire dal 1912, ha codificato in qualche modo gli esordi della Sword & Sorcery con saghe ambientate su esotiche versioni di Marte e di Venere o all’interno della Terra. Eroi come John Carter o Carson Napier sono in teoria viaggiatori spaziali, invece le loro storie sono regolate dalla spavalderia e dalle arti magiche. Fu sul pulp magazine americano Weird Tales, periodico popolare di racconti fantastici di ogni genere fondato nel 1923, che la Sword & Sorcery acquistò, anche grazie alle illustrazioni di grande suggestione, piena riconoscibilità. Fu su quelle pagine che Robert E. Howard inaugurò la saga del guerriero Conan. Sebbene avesse già un discreto seguito di pubblico la Sword & Sorcery dovette attendere il successo della trilogia del Signore degli Anelli (1954/1955) di J. R. R. Tolkien per raggiungere il grande pubblico.
Gli hobbit di Tolkien e i barbari di Howard vivono in territori che hanno sostanza simile, perché le loro mappe appartengono all’universo dell’immaginazione. Sono lande disegnate dal pensiero, che si dispiegano dentro la mente di chi le osserva per poter essere percorse da cavalieri, magie ed esseri bizzarri.
La definizione di Heroic Fantasy, coniata alla fine degli anni Settanta, va oltre i confini sfumati del fantastico e abbraccia risvolti del genere che vanno dal recupero delle fantasie picaresche di Edgar Rice Burroughs fino alle riscritture medievalistiche e alla ripresa di intrecci mitologici.
I colori e le forme immaginarie rimangono in ogni caso le componenti fondamentali di questi universi fantastici.
È un genere visionario che reinventa il corpo, le sue funzioni e l’interazione con le cose che lo circondano. Spesso nel fantasy i mondi rappresentati vengono definiti come terre del sogno. E in queste terre insieme ai miti crescono le utopie (come quelle musicali degli anni Settanta, evidenziate per esempio dalle copertine dei dischi degli Yes a opera di Roger Dean che sono state immagine di riferimento di un certo immaginario libertario).
Sotto il segno della Sword & Sorcery è fiorita una grafica sontuosa, avida di corpi in movimento, di suggestive ambientazioni naturali e di colori intensi. Come dire, una sorta di edizione rivoluzionaria di manierismo, orientalismo e movimento preraffaellita insieme.
Frank Frazetta, Jeffrey Jones, Barry Windsor Smith e Michael Kaluta sono stati il Michelangelo, il Caravaggio, il Gabriel Rossetti e il Burne Jones di una corrente che ha rinnovato l’illustrazione e il fumetto americano tra gli anni Settanta e gli Ottanta.
Frazetta si è concentrato sul rapporto tra potenza e dinamismo del corpo all’interno di scenari degni di divinità nordiche o del più cupo dei viaggiatori disegnatori Settecenteschi. Jeffrey Jones e Richard Corben con la loro ironia, con la ricerca di nuove soluzioni grafiche o coloristiche e con una sostanziale ridicolizzazione dell’eroismo del personaggio alle soglia della parodia hanno smentito ogni connotazione reazionaria del genere.
Barry Smith, Michael Kaluta e Berni Wrightson, oltre a un attento recupero del gusto della composizione preraffaellita e dell’art déco, hanno lavorato sul segno del bianco e nero rinnovando il senso della tessitura densa di presagi delle incisioni di Albrecht Dürer e di Gustave Dorè. Più estetizzanti e alla ricerca di un bestiario antropologico le creazioni di Brian Froud.
Oggi i loro successori si chiamano Charles Vess e Jeff Smith: il primo rinnova la sensibilità fiabesca di Arthur Rackam e di Edmond Dulac, mentre il secondo con i suoi fumetti ha stabilito un intero reame fantastico a cavallo tra la provocazione dell’underground e la complessità di Tolkien. In particolare Vess si è fatto erede della grande tradizione illustrativa americana, quella che trovava spazio con artisti come N. C. Wyeth, Howard Pyle o Dean Cornwell su riviste che fanno parte della tradizione statunitense come Harper’s Monthly e The Saturday Evening Post. Il senso coloristico, il gusto per un’immagine attenta a riprodurre ogni sintomo dei personaggi e del contesto in cui li scopriamo va oltre il genere in cui Vess, come i suoi predecessori, si trova a operare, e rispecchia l’idea che il potere dell’illustrazione sia quello non solo di catturare immagini da un mondo conosciuto ma di inventarlo e renderlo credibile sotto i nostri occhi attraverso il potere di suggestione di forme e colori.
Illustrazione e fumetto hanno prodotto numerose interpretazioni del fantasy negli ultimi anni non solo negli Stati Uniti.
In Gran Bretagna, dove il genere ha radici storiche e dove Michael Morcoock con il ciclo di Elric ha dato un taglio teatrale e melodrammatico all’Heroic Fantasy, le connotazioni del fantasy sono fornite da una tradizione illustrativa che, oltre alle naturali sedi editoriali, è stata promossa anche attraverso le copertine dei dischi e da illustratori di notorietà internazionale. La controcultura e i movimenti per le liberalizzazione delle droghe hanno utilizzato spesso negli anni Sessanta e Settanta l’immaginario del fantasy per raccontarsi.
Bryan Talbot, fumettista e illustratore (che ha condiviso con Moorcoock lo stesso contesto di cultura antagonista negli anni Settanta), oltre a una notevole mole di illustrazioni specifiche, ha dato vita alla saga transtemporale a fumetti di Luther Arkwright in cui il taglio illuministico del contesto e la vena picaresca del protagonista recuperano alcune delle caratteristiche fondamentali della Sword & Sorcery delle origini. Ma è con il recente Storia di un topo cattivo, che racconta la fuga attraverso la Gran Bretagna di una ragazzina oggetto di molestie da parte del padre, che trova una via del tutto originale al fantasy mescolando il materiale favolistico delle storie e le illustrazioni di Beatrix Potter alla realtà delle vicende della protagonista. Ne risulta una contaminazione in cui il favolistico diviene spesso complementare del reale.
Sono stati gli Umanoidi Associati su Metal Hurlant ad affermare le potenzialità visionarie del fantasy. Autori come Moebius, Druillet, Dionnet e Gal, Tardi… in gran parte lontani dalle tradizionali coordinate estetiche del genere, una volta che ne hanno riconosciuto la capacità di stravolgere lo spazio-tempo e la possibilità di non sottostare a nessuna regola e coordinata visiva e narrativa, l’hanno fatto loro e utilizzato, insieme alla fantascienza, per scardinare la rigidità di ogni codice narrativo.
Un approccio più tradizionale alla Sword & Sorcery ha recentemente rilanciato il fumetto francese e ha visto l’ingresso in campo di una generazione di autori che si sono formati sullo stile dei maestri angloamericani, anche se filtrandoli attraverso una sensibilità per la deformazione grottesca dei personaggi tipica del fumetto d’oltralpe. I risultati hanno un tono che va dall’ironia al nero più cupo. Nell’ambito del comico la saga della Fortezza di Lewis Trondheim e Joan Sfar riprende tutti i luoghi tipici del fantasy, divenendo quasi un catalogo completo di personaggi e situazioni possibili del genere. Una parodia nel senso più proprio della parola. Ma altri hanno scelto di riscrivere i miti celtici (esemplare da questo punto di vista la saga di Artù scritta da Cauvin e disegnata da Lereculey) o di inventare episodi di un medioevo oscuro e contaminato da esseri mitici. L’influenza di queste storie e delle visioni che stanno producendo sull’immaginario francese è tale da aver prodotto un proliferare di progetti cinematografici: Il patto dei lupi e Vidocq sono solamente l’inizio. Claire Wendling (che ha studiato alcuni degli scenari e dei personaggi de Il patto dei lupi), Jerome Lereculey e Benoit Springer, sono gli artisti di punta di questa nuova ondata francese.
La tradizione fiabesca nel fumetto vanta oggi in Italia in primis Sergio Toppi, autore di una particolare rivisitazione delle Mille e una notte attraverso Sherazade, ma più ancora dotato di un taglio estetico che fa di ogni sua pagina, quale che sia la storia raccontata, uno squarcio su un universo fantastico. La materia delle sue tavole è la stessa di cui sono fatti i sogni, brilla di luci inspiegabili e di oscurità piene di latenze.
Qualcosa di simile attraversa tutta l’opera di Lorenzo Mattotti, percorsa però da un sentimento fantastico fatto di forme e colori in via di definizione. Anche in questo caso, come per Toppi, il suo stile rivela suggestioni fiabesche al di là di opere dichiaratamente tali come il Pinocchio.
Giuseppe Palumbo, che in questi anni ha affrontato il fumetto in ogni sua potenzialità, ha accettato la sfida di un’opera multimediale che illustra l’Inferno dantesco. Le incisioni di Gustave Doré sono certamente la fonte ispirativa, ma il lavoro moltiplica le sue suggestioni a confronto con la progettualità dinamica del CD-ROM. Palumbo in questo caso ha utilizzato il disegno come struttura portante di una complessa costruzione appa-rentemente tridimensionale. E il risultato rimane un’esperienza unica.
Riccardo Crosa è invece la punta di diamante di una nuova schiera di autori che si inseriscono sulla scia della tradizione angloamericana portando un contributo italiano di ironia e dinamicità al racconto. Il particolare universo di Rigor Mortis creato da Crosa contiene tutti gli elementi tipici delle mille versioni del fantasy contemporaneo, dalle atmosfere dei giochi di ruolo e quelle dei diorama creati con le miniature dipinte. Attraverso le sue pagine Crosa ha creato un mondo situato altrove, con intrecci, personaggi e luoghi che sembrano vivere in un universo autonomo e avere in sé la capacità di gestire storie non ancora narrate.
Sono tutti esempi (significativi) di un polo dell’immaginario contemporaneo in continuo movimento. Il fantasy nelle sue varie forme è oggi probabilmente il genere che si impegna maggiormente a replicare la sostanza di cui sono fatti i sogni, e a restituirci la possibilità di giocare con essa.