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ROCK'N'ROLL FANTASY: RACCONTI DALLA "TERRA DI MEZZO"
di Stefano Marzorati
Gli eroi di Howard, gli scenari bucolici della saga tolkeniana, fate,
elfi e altre creature delle terre di mezzo del folklore britannico hanno
ispirato intere generazioni di musicisti. La presenza di temi fantasy è
sempre stata massiccia e, anche se presente in territori assolutamente insospettabili
(il jazz, per esempio), si concentra essenzialmente in due o tre lande marcate
da confini piuttosto precisi: il folk, il progressive rock e l'hard rock/heavy
metal. In questa sede trascureremo l'epicità machista-guerriera (quella
dei Manowar, tanto per intenderci) legata al filone "sword and
sorcery", che ha trovato ampia e massiccia diffusione all'interno di
tanto hard rock ed heavy metal anni Settanta ed Ottanta, per concentrarci,
invece, su paesaggi più bucolici e rilassati. Qui le avventure dei
nostri eroi, le loro quest, si svolgono spesso lontano dal fragore delle
battaglie e dal clangore di mazze e spade. Sono queste le stesse atmosfere,
gli stessi climi che si respirano nelle immagini di Vess, Talbot
e degli altri artisti presenti in Fantasy. Se esiste una colonna sonora
ideale che serva da commento alle loro "visioni" e le accompagni,
forse la si può ritrovare andando indietro nel tempo, risalendo all'età
d'oro del cosiddetto "progressive rock", una stagione felice che
va dal 1969 al 1975.
Tutto nasce dall'esigenza, da parte di un sempre maggiore numero di musicisti,
di trame e strutture che varchino i confini ristretti del format "verso/coro"
e sconfiggano la gabbia dei tre-quattro minuti di durata tipici della "pop
song". L'obiettivo è introdurre maggiore dinamicità e
varietà nelle composizioni, incorporando cambi di tempo e stacchi
repentini che conducano alla realizzazione di strutture più complesse
ed elaborate. Il rock progressivo unisce, o tenta di unire, il senso dello
spazio caratteristico della musica classica e certa sua "monumentalità"
con l'innato potere e la cruda energia del rock.
In questo quadro ambizioso il ruolo di strumenti canonici come le tastiere
o la chitarra cresce di intensità. Le trame si fanno complicate,
complesse, "multidimensionali" complice anche l'uso sempre più
frequente di orchestrazioni sintetiche (mellotron) o reali e l'irruzione
della forma "improvvisazione" direttamente mutuata dal jazz. Tutto
questo porta alla nascita dei "concept albums", opere che sviluppano
narrativamente, come in un romanzo, una traccia di partenza e la portano
alla conclusione. Nascono così le suites, lunghe tracce organizzate
in più parti - strutturalmente organizzate su un'introduzione, uno
sviluppo e una conclusione - e cresce una maggiore attenzione per le liriche.
I contenuti traggono linfa da una vasta biblioteca dell'immaginario, dove
trovano posto, magari disinvoltamente mischiate, letteratura fantascientifica
e utopica, mitologia e fantasy e i toni assumono connotati venati di misticismo
e filosofia.
E' il 1966 l'anno della svolta. L'album Revolver segna un
passaggio fondamentale per la carriera dei Beatles che abbandonano
l'attività live per dedicarsi quasi esclusivamente al lavoro in studio.
Dopo il successo nelle charts, i quattro di Liverpool, forti della loro
posizione, trovano il tempo per dedicarsi ad altri progetti, alla elaborazione
ambiziosa di qualcosa di completamente nuovo. Revolver sancisce l'abbandono
della "canzone" squisitamente pop e commerciale per elaborare
qualcosa di più ambizioso. E in questo senso molta della produzione
elaborata dai Beatles a partire da quell'anno può essere indicata,
oggi, come una sorta di "proto-progressive".
Il genere nasce ufficialmente qualche anno dopo, con un altro album epocale,
quel The Piper at The Gates of Dawn che incarna mirabilmente il misticismo
planetario e stralunato del genio di Syd Barrett, capitano dell'avventura
visionaria dei Pink Floyd e autore della saga lisergica di Interstellar
Overdrive.
Sulla scia del successo dei Pink Floyd nel giro di due anni l'Inghilterra
si rivela fucina di una straordinaria schiera di bands impegnate nella ricerca
della composizione perfetta. Nel 1969, la terra di Albione conta
già su un nutrito gruppo di alfieri che portano i nomi di King
Crimson, Van der Graaf Generator, Yes, Gentle Giant,
tanto per citarne alcuni tra i più famosi. Accanto a loro si sviluppa
e prolifica una miriade di bands semi underground, emerse alla ribalta e
sub ito dopo prematuramente affondate nell'oscurità, titolari di
esigue discografie che, in anni più recenti, il collezionismo e certa
archeologia musicale stanno riportando alla ribalta.
In retrospettiva una delle accuse che il prog rock ha sempre più
sofferto da parte di certa critica musicale militante è stata la
mancanza di contenuti politici, troppo spesso sacrificati, si dice, in nome
di un freddo estetismo e tecnicismo. E' vero che il genere si riallacciava
allo spirito di tanta letteratura fantasy soft: la creazione di un mondo
astratto lontano degli orrori hegeliani della realtà, improntato
alla ricerca della bellezza e della perfezione, alla sua contemplazione,
magari dominato da un'elite di musicisti/vati/ poeti cantori che deliziano
il popolo con melodie immortali ed escapiste.
Questa "fuga dalla realtà", era però anche il frutto
di quei fermenti e di quella filosofia che, anni prima, erano nati dai movimenti
pacifisti, dal flower power e da molte realtà antagoniste
della controcultura hippie, soprattutto di marca britannica. Perciò
al di là del barocchismo e del vuoto formalismo di certi esempi più
eclatanti (il prog da classifica di bands come Emerson Lake and Palmer,
tanto per citare una delle icone più rappresentative) il rock progressivo
ha saputo incarnare ansie e tensioni libertarie, suggestioni colte e intellettuali.
Basti pensare alla libera scuola di pensiero di Canterbury e a quella
stirpe ( Soft Machine e Caravan in testa) che ebbe i suoi
figli migliori in realtà come Matching Mole e Hatfield
and the North, per arrivare, nella seconda metà degli anni Settanta,
alla dimensione politica di Henry Cow e di certo "avant rock".
L'accusa di conservatorismo perde, perciò, di consistenza, almeno
alla luce degli esempi che abbiamo appena citato. Esempi che incarnano la
reale essenza del genere e che spesso sono cresciuti ai margini di certa
logica di mercato. Il prog nelle sue incarnazioni migliori ha opposto la
tensione e il movimento alla staticità e alla ripetitività
del passato.
Storicamente parlando rock e fantasy hanno stretto legami forti sin dai
primi anni Sessanta. Abbiamo citato i Pink Floyd come precursori ma, in
quegli anni, altri artisti già consolidati come gli Stones
(Beggar's Banquet, Lady Jane) o Donovan (chi si ricorda
Atlantis?) cominciano a incorporare nelle loro canzoni elementi letterari
confezionati con abiti psichedelici. Gli anni Settanta, come abbiamo già
accennato, vedono la nascita di un movimento che investe principalmente
l'Europa - dall'Inghilterra all'Olanda, dalla Francia alla Germania e all'Italia
- e che si estende poi oltreoceano.
Magma, Nektar, PFM, Banco del Mutuo soccorso,
Focus e tanti altri sono i rappresentanti di una "internazionale
del prog" che ha potuto contare su un sempre maggiore numero di fans
e sull'appoggio di una vasta parte della critica.
In anni più recenti il progressive rock ha resistito all'usura del
tempo. Nella sua più moderna incarnazione, ovvero il neo prog di
bands come Marillion, Porcupine Tree o Dream Theatre,
per esempio, ha continuato a ospitare tematiche e suggestioni fantasy. Tutto
questo nonostante le mille incarnazioni multiformi del fantasy metal (che
vanno dal carattere ludico farsesco delle bands legate alla fortuna dei
giochi di ruolo ai toni più sinistri del neo paganesimo nazistoide
e nazionalista del black metal scandinavo ), che non hanno impedito al prog
di continuare a sopravvivere nella sua landa tolkeniana, un "villaggio"
lontano dal ruggito delle schiere del caos che imperversano fuori dai suoi
confini.
COVERT
ART: QUALCHE APPUNTO
oppure NOTE DI COPERTINA
Nel diciannovesimo secolo Richard Wagner coniò il termine
Gesamtkunstwerk (opera d'arte unificata) per descrivere la uguale
importanza attribuita nei suoi lavori a musica, testo, scenario, luci e
design dei costumi. Il progressive rock sembra avere incapsulato pienamente
nel proprio processo creativo questa concezione, per dare origine a un contesto
in cui la musica, i motivi visuali e l'espressione verbale diventano un
tutt'uno, e sono finalizzati al raggiungimento di una visione artistica
coerente.
In questa nuova consapevolezza fa irruzione un nuovo stile nel design delle
cover degli album, stile che trova in artisti come Roger Dean e
Paul Whitehead i suoi massimi rappresentanti. L'artwork di questi autori
diventa il simbolo visuale del progressive rock, così come, qualche
anno più tardi, certo immaginario occulto diventerà sinonimo
di heavy metal.
Se nei primi anni Sessanta l'immagine di copertina doveva necessariamente
rappresentare i musicisti, con il passare degli anni questa tendenza è
destinata a mutarsi profondamente.
Anche in questo caso sono i Beatles gli antesignani del cambiamento:
la cover di Sergeant Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967),
dai significati allusivi e misteriosi, traduce visivamente gli intenti del
gruppo (l'idea di creare un concept album), e lascia la strada aperta
a differenti interpretazioni (così come lo sono i testi delle canzoni,
significativamente riportate, per la prima volta, all'interno della copertina.
Nel progressive lo schema diventa presto ben chiaro: l'immagine della copertina
- sia essa una foto, un'immagine o un'illutrazione - si richiama e si ispira
al tema centrale del disco o alla composizione più lunga e signficativa
presente nella scaletta. Le influenze di base sono le stesse: la psichedelia,
e le droghe allucinogene, artisti visionari come Escher, Man
Ray, Dali.
Se negli album della prima ondata prog predomina l'elemento psichedelico,
con il consolidarsi del genere l'artwork di copertina diventa più
sottile, allusivo, reminiscente della lezione del surrealismo dei maestri.
Più spesso è un dettaglio anomalo, inserito nella cornice
di uno scenario realistico, a rappresentare la chiave di accesso e in tal
senso il lavoro dello studio Hipgnosis (Pink Floyd e tutto
il catalogo Harvest) rimane memorabile per la qualità dei
risultati raggiunti.
Sotto l'egida del surrealismo due scuole si fanno presto distinte:
la prima influenzata dalla fantascienza, la seconda da temi mitologico/fantasy.
Quella fantascientifica presenta, di solito, un catalogo di situazioni che
vedono protagoniste macchine futuristiche e scenari spaziali (si vedano,
a questo proposito, le cover di molti album di Emerson, Lake and Palmer,
Tarkus su tutte).
Nell'immaginario fantasy prevale, invece, il paesaggio che diventa
il centro dell'attenzione: è esso stesso surreale ma, spesso, include
figure od oggetti bizzarri (massima espressione di questa scuola è,
appunto, Roger Dean, autore delle copertine degli album più
popolari degli Yes).
Laddove il surrealismo raggiunge il suo massimo picco è, però,
nelle opere di Paul Whitehead, autore dell'artwork di dischi come
Nursery Cryme e Foxtrot dei Genesis. Qui la stranezza
dello scenario viene esaltata dalla presenza di elementi "estranei",
ritratti in situazioni e pose che amplificano il senso di assurdo, di inquietudine
e rappresentano l'elemento "conturbante" centrale.
Il lavoro di Whitehead rappresenta la suprema sintesi degli elementi e delle
aspirazioni di cui abbiamo parlato, prestandosi nel corso degli anni successivi
a svariati tentativi di imitazione, spesso lontani anni luce dalla forza
dell'ispirazione primaria.
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